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19 luglio 2005
Articolo 469
Odio prendere l'autobus, no sul serio, lo odio proprio. In generale detesto tutti i mezzi pubblici: autobus, treno, metropolitana, vaporetto (questi ultimi però li ho presi ben poche volte). Quelli che detesto di più sono i treni , costano un sacco e sono sempre in ritardo. Anche gli autobus però nel loro piccolo si difendono bene nella classifica dello schifo: sono sporchi, in ritardo e a certi orari assolutamente invivibili. Vedete, io soffro di agoràfobia, non mi piace avere molta gente intorno e quando l'autobus è pieno è veramente una cosa disgustosa; mocciosi che tornano da scuola, vecchie lamentose, donne indiane o cinesi che hanno appena fatto la spesa al discount, militari, africani . . . Oggi però mi è toccato salirci, ho un appuntamento in stazione con Calvin che arriva da Milano,la macchina se l'è presa mio fratello e non posso andare in bici perchè poi devo portare Calvin a casa mia, così mi toccherà prendere l'odiata scatola arancione anche per il ritorno. Naturalmente stavo per perderlo, così sono dovuto salire in corsa e non ho potuto fare il biglietto. Resto in piedi guardando fuori dal finestrino, che se sale il controllore io devo scendere (bella inculata il nuovo regolamento comunale che proibisce di fare il biglietto a bordo). Due ragazze sedute vicino a me stanno parlando delle loro recenti avventure sessuali, avranno non più di 15 anni, minchia che troie, ma perchè non ho 7 anni di meno ? Siamo ormai di fronte a coin, non manca molto, una cinese col bambino mi urta, il moccioso chiede "S.Leonardo ?", era 3 fermate fa, dovevate scendere prima; la madre mi sorride, poi il bambino traduce e lei sorride meno. Cazzo ! Mi sono distratto un attimo ed è salito il controllor, adesso che faccio ? "Biglietto prego", eh mi scusi, non ce l'ho il biglietto. "50 euro di multa" non ho neanche quelli; "mi dia le sue generalità", gli africani mi guardano male, eh si dunque: Francesco, "Francesco cosa ? mi mostri un documento"; mi chiamo Francesco Pastore abito in via Fermi 33 e non ho il documento, se vuole possiamo andare in questura. Il controllore non ha nessuna voglia di andare in questura, scrive il nome sul suo taccuino e mi lascia andare. Finalmente arrivo in stazione , vado dal giornalaio a comprare il biglietto per il ritorno e poi a recuperare Calvin.
| inviato da il 19/7/2005 alle 12:51 |
18 luglio 2005
Articolo 605
Vi è mai capitato di innamorarvi ? Certamente si, ma forse non come è capitato a me. Mi spiego meglio, vi è mai capitato di innamorarvi di un personaggio televisivo ? Non parlo di pura attrazione fisica per le ragazze scosciate che mostrano i loro corpi negli show della domenica pomeriggio per distrarre lo spettatore dalla pochezza intellettuale degli ospiti, no, io parlo di amore vero, non solo per il corpo ma anche per la mente, amore per la personalità, per l'intelligenza, per tutto quello che è lei. Nella vita di tutti i giorni non se ne incontrano di ragazze così, ma è naturale, lei è unica. Sono ormai diversi anni che la amo, in principio avevo confessato questo mio sentimento ad alcuni dei miei amici, ma questi mi hanno sempre deriso così ho deciso di tenerlo per me e la mia vita continuava così, soffrivo ogni volta che la vedevo ma non potevo farne a meno. Ma ora qualcosa è cambiato, ho deciso di darmi da fare : l'ultima volta che l'ho vista in televisione alcuni giorni fa e ho sentito la sua voce come se mi chiamasse ho risposto alla chiamata. Sarà stata la primavera, o forse ero più ubriaco del solito (e quindi sulla soglia del coma etilico) fatto stà che ho preso la macchina e sono partito per Roma. Ho affittato un bugigattolo in un motel di terz'ordine e proprio adesso mentre scrivo sono seduto sul rozzo tavolino che fa da arredamento alla stanza insieme ad un vecchio armadio e ad uno scomodissimo letto, c'è anche una sedia ma al momento è occupata. Scusate sto divagando, dicevo del mio arrivo a Roma : dopo aver preso la stanza mi sono fatto una doccia veloce, mi sono cambiato e sono andato a cercarla agli studi televisivi. All'inizio ho faticato a riconoscerla, aveva cambiato il colore ai capelli e si vestiva in modo molto diverso rispetto a quello con cui appariva sullo schermo, per fortuna la sua voce era inconfondibile. Da principio non voleva seguirmi; è naturale, nemmeno mi conosceva. Ora però è qui, ed è tornata la ragazza di cui mi sono innamorato; tagliarle i capelli e tingerli di blu non è stato facile, metterle il kimono è stato meno problematico. Ci sono voluti 5 giorni per farla innamorare di me, ma finalmente siamo felici, proprio in questo momento lei mi sta guardando mentre scrivo dalla sedia a cui è legata; Su cara dì quella frase che mi piace tanto, quella che mi ha fatto innamorare di te . . . dai, non vorrai ancora farti male con il coltello vero ? . . . "Ranma sei uno stupido !" Quanto la amo.
| inviato da il 18/7/2005 alle 23:41 |
14 maggio 2005
you can't stop the lion
| inviato da il 14/5/2005 alle 22:47 | |
23 aprile 2005
Articolo 720
Saronno 30 Maggio 2004
Il posto era perfetto, l'uomo del negozio ci aveva concesso lasala meno frequentata di tutto locale "sezione documentari sugli animali", mwa, mi sembra ridicolo che ancora li vendano, lo sanno tutti che l'unica cosa che interessa è il porno difatti da quando abbiamo iniziato sono entrati solo due mocciosi che cercavano una videocassetta sugli squali, un'occhiata truce della regina d'inghilterra li ha prontamente messi in fuga. Al tavolo eravamo in 4, oltre a me e alla regina c'erano altri 2 giocatori : Uno era tipo sconclusionato che diceva di provenire dalle Isole Salomone (mai sentite) e di essere uno sciamano, quel tipo non mi piace ma il leone che si porta appresso mi consiglia di non stuzzicarlo. L'altro era un idiota completo, si chiamava Paolo Bitta e quando è arrivato era già mezzo ubriaco, però ha una cosa che desidero molto, è a causa sua che ci siamo trovati (o meglio che ci siamo trovati io ed il tipo sconclusionato, la regina d'inghilterra stava andando in palestra ma ha voluto intromettersi). L'uomo del negozio ci offre delle tartine imburrate, fanno schifo ma non glielo dico, la posta in palio è troppo alta per farsi sbattere fuori per una minchiata simile. Paolo Bitta distribuisce le carte, se vince lui dovrò cedergli la mia casa al mare, lo sciamano si gioca il leone, mentre la posta in palio della regina è l'orribile giubbetto che indossa, che piace molto al Bitta. Guardo la mano, brutta, devo passare, lo sciamano sta biscicando qualcosa ...et...ia... non starà mica facendo una fattura ? Ecco, vedono, ha vinto il Bitta maledizione. Le regole sono strane, chi perde 3 mani è fuori, oppure chi ne vince 3 sceglie un avversario da eliminare. Ora la regina e lo sciamano sono a -2 dalla sconfitta, Paolo Bitta a -2 dalla vittoria. Seconda mano, lascio di nuovo, lasciano anche gli altri, vince di nuovo l'ubriaco di fronte a me, ho il sospetto che stia barando. Ora non posso più passare, nè possono gli altri 2, ma non c'è nulla da fare, Bitta vince di nuovo, è finita, sicuramente sceglierà di escludere me... guardo il suo sorriso da ebete... "Dammi il giubbetto", tiro un sospiro di sollievo, la regina d'inghilterra si allontana imprecando. Fine del primo giro, si ricomincia tutti da zero. Tocca allo sciamano dare le carte. è molto veloce, deve essere esperto in queste cose... ...le mani si susseguono con alterne fortune ora il nostro avversario è completamente ubriaco, l'uomo del negozio sta mostrando ad un tipo di como un catalogo di figurine pedofile e la regina d'inghilterra è in bagno da 20 minuti; un'occhiata d'intesa tra me e lo sciamano e scatta l'inciucio; nonostante sia un religioso è molto lesto di mano e Bitta è presto eliminato. La sfida non ha più senso, abbiamo ottenuto quello che volevamo, lasciamo Bitta riverso sul tavolo con il bicchiere ancora pieno in mano, andiamo a cercare un lettore dvd e ci godiamo il frutto della nostra sporca vittoria. (Ludovico Giovanni)
| inviato da il 23/4/2005 alle 13:8 |
23 aprile 2005
Articolo 658
Quanta gente, sgomito un pò per conquistare il posto che desidero, comunque è logico, che siamo in tanti, quel bastardo fa passare meno del 20% degli iscritti ad ogni esame cazzo, ed il suo è l'esame più importante dei primi 2 anni ! Quello che ne blocca di più. Vorrei proprio spaccargli quella testa di minchia, che poi non ti fa neanche tornare al secondo appello il figlio di puttana. L'assistente consegna il foglio: Ottimo ! Non so un cazzo ! Piano B: dal mio posto riesco a vedere Freschi al di là della porta a vetri, gli faccio il segno convenuto, vedo che capisce e si allontana. Dato che non mi fido completamente di lui, provo a fare l'esame ugualmente, naaahh ma che cazzo di domande sono ? Sparo un pò di risposte a caso tanto per passare il tempo. Intorno a me la gente si affanna, sono tutti in difficoltà, ormai manca meno di un quarto d'ora alla fine del tempo concesso cosa sta facendo l'altro ? Bussano, entra uno dei portinai, vediamo vediamo, parla col prof., è sbiancato...prende il microfono "l'esame è annullato, uscite CON CALMA, dall'aula e dall'edificio" Edificio ? Vedo intorno a me delle facce preoccupate, mi muovo con calma, io non ho fretta, il professore invece si è allontanato a paso svelto. Uno degli uscieri ci dirige verso l'ucita di sicurezza, dalla finestra vedo polizia e vigili del fuoco che stanno entrando. Trasportato dalla folla esco dall'edificio, appoggiato ad una colonna c'è un ragazzo con un cappellino della mclaren in testa, lo avvicino. Dò un cinque a Freschi, bel lavoro non l'avrei passato di sicuro; quando lo recupera ? Boh, intanto ho qualche giorno in più per studiare, dai che ti offro da bere. (Ludovico Giovanni)
| inviato da il 23/4/2005 alle 13:5 |
23 aprile 2005
Articolo 588
Giungo al luogo dell'appuntamento, Freschi e Beppuz sono già lì, li saluto, prendo il berretto della McLaren a Freschi, lo butto per terra, lo calpesto un pò, lui si agita si sta incazzando... butto per terra anche lui. Gli dò il regalo, è il suo compleanno: ho girato mezza città per trovarlo, il dvd di Finding Nemo; dice che gli fa schifo, ne sono dispiaciuto... ...gli prendo di nuovo il berretto e lo butto nel cestino di una gelateria. Mentre si piega a raccoglierlo gli mollo un calcio in culo, Beppuz ride, è bello ritrovarsi anche se solo una volta all'anno. Andiamo alla solita pizzeria, Freschi non ha prenotato, al telefono gli hanno detto che non serviva, infatti: è talmente piena che anche se prenotava non cambiava niente. Mentre penso a dove andare Beppuz lo insulta pesantemente. Alla fine decidiamo per il "Messicano", ci danno un tavolino schifoso (essere in 3 è male, ti piazzano sempre sui tavoli da 2), ma il cibo è buono, e tanto offre Freschi. Vicino a noi ci sono delle persone che conosco e che mi stanno parecchio sulle scatole, le vedo, mi vedono, non ci salutiamo. Dopo un pò sento che stanno parlando di me, e non certo in termini lusinghieri, Beppuz se n'è accorto, gli faccio cenno di lasciar stare ma è tutto ringalluzzito perchè ha bevuto, così incomincia a fare apprezzamenti su una ragazza del gruppo (che peraltro è una gran vacca), Zoffo detto "puzza" si alza viene al nostro tavolo e con la sua faccia da culo ci fa "problemi ?" Freschi si alza, lo guarda negli occhi...e gli rutta in faccia; è la classica goccia, "puzza " gli salta addosso, gli altri coglioni al tavolo con lui si alzano, Beppuz gli innaffia con la birra poi tira un sberlone stile Bud Spencer al primo che gli si avvicina, la cameriera urla, gli altri avventori ci guardano tra lo stupito il disgustato e il divertito... io intanto mangio. Il tutto sembra destinato a durare pochi minuti, loro sono 8 (anche se 3 sono ragazze) noi solo in 3, però si dà il caso che Zoffo e la sua cricca non siano molto amati, così arrivano 4 ragazzi seduti ad un altro tavolo a darci manforte (in realtà darci è sbagliato, io continuavo a mangiare). La faccenda era giunta ad un livello tale che la padrona del locale aveva meso mano al telefono per chiamare la polizia, perciò, dato che la cosa poteva diventare pericolosa e soprattutto dato che avevo finito la mia tortilla, ho preso per un braccio Beppuz e Freschi e li ho trascinati fuori. Dubito che mi faranno ancora entrare, peccato, si mangiava così bene... Dò un'ultima occhiata e vedo una bottiglia di Corona che si schianta sulla finestra, sguardo d'intesa con gli altri e corriamo via nella notte. (Ludovico Giovanni)
| inviato da il 23/4/2005 alle 13:2 |
23 aprile 2005
Articolo 580
Quando sono al mare certe volte mi capita di alzarmi presto, molto presto, e di prendere la bici per andare sul Tagliamento a veder sorgere il sole. Oggi era uno di quei giorni, la sbornia di ieri notte mi ha lasciato in eredità un gran mal di testa, e mi riesce impossibile dormire, inoltre una fottutissima zanzara mi tormenta da tre notti. Dunque la decisione è presa, vado a farmi la doccia per riprendermi e svegliarmi del tutto. Aaahhh, bella sensazione, uh, che c'è sul letto... SCIAF, Siiiii, si, SI, brutta puttana, ti ho spacciato. Chissà che stanotte si dorma. Sono felice, si prospetta una gran giornata, l'aria è fresca, pedalare è rilassante a quest'ora, sembra di essere in un'altra epoca, anzi in un'altro luogo, la laguna è stupenda, in lontananza vedo le barche dei pescatori, mi sento un pò poeta, mwa poeta ? io ? Piglio il lettore mp3 e mi infilo le cuffie prima di iniziare a prendermi per il culo da solo. Ecco il fiume, lego la bici ad un palo e mi siedo sulla riva, il sole sta sorgendo, si sta proprio bene, mi sta tornando il sonno, il mal di testa è sparito, mi distendo tenendomi la nuca con le mani, aaah che goduria, . . . . . . . . . . . . . . . Mh, che c'è ? Ah è una ragazza, scocciatrice, chissà se è bell...no, non mi piace, ma che fa ? piange ? Uff che casino, speriamo che non mi veda, NO, mi ha visto ; si avvicina, che pacco, si si ciao anche a te, il ragazzo ti ha mollato ? Oh quanto mi dispiace, no sul serio perchè devi rompere i coglioni proprio a me ? Che voce stridula poi, è proprio odiosa, ci credo che ti ha mollato, sei una tale lagna. E così volevi farla finita ? E com'è che ti sei fermata ? Hai bisogno di sentire una voce amica ? No guarda hai proprio sbagliato persona allora, se mi stai annoiando ? Guarda preferirei strapparmi le unghie piuttosto che stare a parlare con te, ecco si buttati, tanto non hai il coraggio, si si nessuno ti ama, buttati, BUTTATI ..... splash ....... Oh cazzo. Si è buttata sul serio, che faccio adesso ? La risposta viene da dentro di me: ho fame, vado a fare colazione. (Ludovico Giovanni)
| inviato da il 23/4/2005 alle 12:58 |
23 aprile 2005
Articolo 423
-Ciao Freschi- -Ciao Ludo- -Hai preso tutto ?- -Si, si pure le chiavi- -Le chiavi ? e come...- -Mio fratello, le ha inculate dall'ufficio di Zampone- Suo fratello... il fratello di Freschi ha solo 11 anni ma è un teppista di prima categoria...chissà come avrà fatto, preferisco non saperlo... -Andiamo allora- , mi ferma, le chiavi sono quelle dell'ingresso secondario, meglio, dai apri coglione prima che ci veda qualcuno, fatto, chiudi subito, ecco; che figata. Guardo le macchine, bastardi, avrete una bella sorpresa... un momento cazzo... -Sei sicuro che non ci siano telecamere ?- -Si, si, da questo ingresso non ci sono- -Yò, ottimo, che macchina ci facciamo ?- Domanda inutile, voglio quella del vecchiaccio of course, eccola... dai Freschi passa la tanica, ecco bravo versiamo tutto intorno... -Senti Ludovico, sei sicuro che funzioni ?- Domanda idiota, -Certo che no, ti pare che vado a fare queste cose ogni notte ?- -Si beh, ecco, e se ci succede qualcosa ?- cagasotto, -oh cazzo speriamo di no, e se magari non porti sfiga è meglio- fatto, però ora c'è la parte più rischiosa... -Accendi tu dai, io vado ad aprire la porta- guardo fuori non c'è nessuno, e lo credo, a quest'ora Freschi arriva correndo, bene andiamo, sempre correndo ci avviamo verso la mia 147, metto in moto a finestrini aperti, è una calda notte d'estate... Freschi ride istericamente, si sta cagando sotto... -Quanti anni sono ?- -Da 3 a 7, aggravanti escluse- Un boato spezza la monotonia del silenzio notturno, metto su un cd dei Blind Guardian e accelero. (Ludovico Giovanni)
| inviato da il 23/4/2005 alle 12:55 |
23 aprile 2005
Articolo 411
Era l'una di notte, stavo guardando un film spinto in tv, sento Duca abbaiare, feroce, ci sarà un gatto... non importa; la tipa del film non è male, e sta iniziando a spogliarsi... Duca abbaia ancora, rompicoglioni, mi alzo per chiudere la persiana un colpo di clacson, un altro, mi affaccio: una macchina coi fari accesi è di fronte al mio cancello; CHI MINCHIA SARA' ? Suona il cellulare...-pronto ?- -ciao sono Beppuz, fammi entrare dai.- Beppuz ? Beppuz ? E che cazzo vuole Beppuz all'una di notte ?!? Dò tristemente un'ultima occhiata alla tv, la ragazza carina ormai è tutta nuda, spengo, sono parecchio nervoso, apro il cancello e faccio entrare l'idiota. Percorre tutto il vialetto e parcheggia davanti all'ingresso della cantina come gli ho sempre proibito di fare. -Tua sorella puttana c'è lo spazio fatto apposta per parcheggiare perchè ti metti là ?- -Ho una cosa da scaricare, dammi una mano- sospiro -come mai sei venuto con la station wagon di tuo padre ?- -te l'ho detto ho una cosa da scaricare- apre le portiere -cos'è un tappeto ?- -No, avanti dammi una mano- mi avvicino per aiutarlo -Occristo. Non sarà...?- -Si è quello dammi una mano- -Col cazzo ! Tu sei suonato, riportalo subito dov'era- -Non posso dopodomani ho un esame e mi serve assolutamente- -Dopodomani ? Ma non farai mai in tempo, non potevi muoverti prima ? E comunque perchè l'hai portato da me ?- -Casa tua è isolata e hai una cantina grande; e rispondendo all'altra domanda se non mi sono mosso prima è perchè non potevo, lo stavo puntando da una settimana ma non voleva decidersi- -E va bene ma io non voglio averci nulla a che fare, quando hai finito pulisci tutto e levati dai coglioni- Torno di sopra, potrei vedere ancora un pò di film ma lascio stare, come faccio ad eccitarmi sapendo che in cantina c'è il mio migliore amico che sta violando l'articolo 411 del Codice Penale ? Stappo la grappa e comincio a bere. (Ludovico Giovanni)
| inviato da il 23/4/2005 alle 12:51 |
17 aprile 2005
Vista da lei, vista da lui
testo: Kimera [ visto da lei]
«Come dicevo...bla bla ...» stava dicendo Luca. Oh! Era così bello, ma non figo come quelli della TV, piuttosto sembrava che irradiasse bellezza da dentro, dalla pelle chiara ( incredibile per un ragazzo) oppure da quegli occhi fantastici, azzurri come l'acqua pulita, cristallini come il cielo dopo un acquazzone primaverile. Mi perderei in quegli occhi. E il naufragar m'è dolce in questo mare. «Chiara? Ci sei?» «Oh! Certo! Dicevi?» ma lui non diceva nulla e continuava a guardarmi, con un espressione tra il contrariato e l'offeso. E mi guardava. Ci guardammo negli occhi con tale intensità che mi parve di perdermici dentro, di affondare nell'azzurro e perdere sempre più la coscienza di me stessa, solo una cosa mi rimaneva nella mente: baciarlo. Era così forte il desiderio che quasi non riuscivo a respirare. Un bacio. Un bacio soltanto. Un bacio... e così lo baciai, senza rendermene conto. Sapevo solo che un momento prima lo stavo guardando, e un momento dopo le mie labbra si stavano staccando dalle sue. Aprii gli occhi e li alzai per scrutarlo: lui mi guardava ancora. In cuor mio me lo aspettavo, ma non mi aspettavo certo l'espressione che vi lessi: non stupore( come sarebbe stato naturale), era come un desiderio crescente, un inaspettata felicità. «Tu...» «Io... Scusami» dissi e mi girai per andarmene via. In realtà volevo scomparire. Mi vergognavo da morire. «Aspetta» Mi afferrò il polso. La situazione era simile ad un libro di Armony: io voltata, rossa come un peperone, lui dietro di me, lo sguardo fisso e la sua mano stretta intorno al mio polso. Sentivo dal suo sguardo su di me e dalla sua mano che desiderava ardentemente che non me ne andassi. Stringeva tanto la sua mano, che quasi persi la sensibilità, ma la sua stretta non mi spaventava, anzi faceva crescere in me il desiderio di girarmi e abbracciarlo, coprirlo di baci, urlare che l'amavo da morire. Ma non lo feci. «Aspetta... » ripeté ancora, ora però con voce più morbida e calma, come se stesse parlando ad un gattino impaurito. Dal suo aspetto non sembrava ma in realtà lui era forte, ed io talmente emozionata che non riuscii a contrastarlo quando con una mossa del braccio mi fece girare su me stessa, portandomi con la faccia in fronte a lui. Tenni lo sguardo basso. Non volevo incontrare i suoi occhi indagatori. La sua mano libera si mosse verso di me, la seguii con lo sguardo, mentre si avvicinava sempre più. Le sue dita toccarono il mio mento, lo strinsero e con una mossa decisa, ma allo stesso tempo molto dolce, mi sollevò il volto. Voleva che lo guardassi ma io, caparbiamente, tenni gli occhi chiusi: non me la sentivo di affrontarlo. «Guardami» disse con piglio deciso. Ma non lo guardai. Così mi baciò. Non me lo aspettavo, pensavo che se non lo avessi guardato, dopo un po' lui mi avrebbe lasciata, e invece mi baciò. Mi stupì tanto che sbarrai gli occhi. Lui si staccò subito, con un mezzo sorriso. Continuai a guardarlo con un espressione instupidita. Solo allora mi accorsi che la mano che mi stringeva il polso aveva allentato la stretta, e che l'altra ( quella che mi teneva il mento) si era spostata verso la guancia, accarezzandomi dolcemente. In quel momento presi la mia decisione. Sentivo che le mie guance erano diventate incandescenti. Presi la mano che mi stringeva debolmente il polso, intrecciai le mie dita alle sue e con una debole spinta lo avvicinai a me. Lui non fece alcuna resistenza. Sentivo il cuore battermi a mille. «Luca io... io... tu mi piaci molto» L'avevo detto! Finalmente l'avevo detto. Erano mesi che sognavo questo momento e anche se mi avesse detto di no io sarei stata comunque felice solo perché glielo avevo detto. «Chiara...» Continuando a guardarlo negli occhi mi avvicinai a lui. Tutto ad un tratto, Luca tolse la sua mano dalla mia guancia e sciolse l'altra dall'intreccio con la mia. Rimasi un po' delusa perché pensavo di averlo imbarazzato, ma tutti i miei foschi pensieri, creati in quei pochi secondi di stasi, vennero spazzati via dal suo abbraccio caloroso. Allora gli interessavo veramente! Ero così felice che mi avvinghiai a lui sorridendo come una scema. Non so per quanto restammo lì, abbracciati, ma sembrò solo un momento quando lui sciolse un poco il suo abbraccio, appoggiando la sua guancia alla mia, mi sussurrò nell'orecchio con voce colma di passione: «Ti amo»
[visto da lui]
«Come dicevo... » stavo dicendo a Chiara. Ma capii immediatamente che non mi stava ascoltando. Certo, posso capire che la notizia del nuovo parrucchino del prof di Inglese o lo spettacolare incidente del mio amico ( da cui ne era venuto fuori praticamente illeso) siano degli argomenti interessanti, ma almeno fai finta di interessartene. Mi voltai per affrontarla, e la trovai con lo sguardo assente, con una vacua espressione da pesce lesso. «Chiara? Ci sei?» Avrei voluto farle la battuta “Ci sei? Ce la fai? Sei connessa?” ma dal suo sguardo capii immediatamente che non ne era il caso. «Oh! Certo! Dicevi?» disse Chiara, ma io non dissi niente. Ero arrabbiato perché non mi stava prendendo in considerazione, anche se subito dopo la mia rabbia sparì. Mi stava guardando negli occhi. Mi guardava e non diceva niente. Chissà cosa stava pensando? Chiara certe volte era capace di esprimere pensieri molto profondi nei momenti più impensabili. Non dico che fosse un genio, ma di certo non mostrava tutte le sue qualità. Non era certo una strafiga, come quelle delle riviste, ma non era neanche uno scorfano. Forse la sua qualità fisica migliore era la proporzione. Era a dir poco perfetta, non uno scheletro come certe ragazze che passano per strada. E si vestiva bene. Posso assicurare di non apprezzare le donne che non si vestivano adeguatamente al tempo, tipo che vanno con la pancia fuori quando fa – 2, o all'età, le bambine con le mini inguinali o le vecchiette che pretendono di poter indossare il perizoma nero sotto un vestito bianco. Invece Chiara vestiva sempre adeguatamente, anche se in realtà è un po' pudica... mi resi conto che mi stava ancora guardando. I suoi occhi non volevano staccarsi dai miei. Quegli occhi così dolci, espressivi e vivaci. Neri pozzi in cui si specchiava il mondo intero. In quegli occhi vedevo anche me... prima sfuocato, poi sempre più nitido, più definito. Così le nostre labbra si toccarono. In quel momento, una scossa mi pervase il corpo, arrivando fino in fondo al mio cuore. E qualcosa nacque e in poco tempo si propagò in tutto me stesso. «Tu...» Tu mi piaci «Io... Scusami» disse e si girò per andarsene «Aspetta» Non andartene ti prego. Ora che ho finalmente capito cosa sento per te, questo affetto che si propaga. Sento che te ne vuoi andare, ma la mia mano ti trattiene. «Aspetta...» Rimani con me. Vorrei dirti così tante cose, ma la mia bocca non vuole muoversi. Come vorrei abbracciarti, baciarti, farti mia e dirti che ti amo. Vorrei guardarti negli occhi e perdermici dentro. Muovo appena il braccio che la trattiene, e come se fosse fatta di piume e spirito, si gira. Ma tiene gli occhi bassi. Guardami ti prego. Senza rendermene conto, la mia mano si mosse e cinse il suo mento. Volevo che mi guardasse, con le buone o con le cattive. Le sollevai il volto, ma continuava imperturbabilmente a non guardarmi. «Guardami» dissi ma il suo sguardo non si mosse. E così la baciai. Si, la baciai! Non ero riuscito a controllarmi, il desiderio di farlo si era impadronito di me. Percepii il suo stupore così mi staccai, sorridendo per rassicurarla. Ora mi guardava, con occhi sbarrati, emozionati, indifesi. Ora, finalmente, mi guardava. La mano che le teneva il mento scivolò verso la sua guancia, accarezzandola. Che pelle morbida. Era arrossita. Spero che non si vergogni del mio bacio. Tutto ad un tratto la sua espressione mutò. Se prima poteva esprimere incertezza e timore, ora diceva decisione e passione. Mi ero dimenticato che la stavo ancora trattenendo per la mano, lei però non se l'era scordata poiché si liberò della mia debole stretta e mi prese per mano, tirandomi a sé. Anche se io ero più forte e più alto di lei, era proprio lei quella che comandava, ora. Io non ne ero affatto intimidito, anzi, ero felice perché annullava le convenzioni, i ruoli, il lui e la lei, il tu e l'io, eravamo solo un noi, due spiriti liberi. «Luca io... io... tu mi piaci molto» Io le piaccio! Questa frase annientò tutti i miei timori e le mie ansie. «Chiara... » Devo dirle cosa provo. Ti amo Chiara. Eppure le mie labbra non volevano muoversi. Solo all'ultimo mi accorsi che stava avvicinandosi a me, involontariamente, mi scostai, tolsi la mano dalla sua guancia e sciolsi l'intreccio con l'altra. Ora non posso esitare, devo agire, devo! Così l'abbracciai, la tenni stretta a me come avevo desiderato, la cullai tra le mie braccia e lei cullò me tra le sue. Non potevo esitare, dovevo dirle ciò che pensavo, ciò che sentivo per lei. Sciolsi un poco il nostro abbraccio, per appoggiare la mia guancia alla sua. Come erano profumati i suoi capelli, morbida la sua pelle e delicato il suo tocco. Mi accostai alla sua orecchia e le mormorai con voce ferma: Io... «Ti amo»
| inviato da il 17/4/2005 alle 21:14 | |
17 aprile 2005
Cesare & Margò
testo: Kimera
Capitolo 1 «Vaffanculo!» urlò poco prima che sferrasse il pugno. L'ingiuria era rivolta ad un povero ragazzino che sperava solo di togliersi da quell'impiccio il più presto possibile. Al povero ragazzo era anche destinato il pugno, che gli ruppe il naso. «MALIGNANI!» tuonò il vicepreside da lontano. «Oh! Merda... scappiamo gente!» disse Malignani al gruppetto di teppisti che avevano accerchiato il povero ragazzo dal naso rotto. «FERMATI!» urlò il vicepreside rincorrendo i teppisti per i corridoi della scuola. I ragazzi, forse grazie alla loro autorità, fendevano la folla senza nessun problema mentre il vicepreside, forse dovuto alla sua stazza poderosa, incespicava ogni volta in qualche povero alunno. La campanella della ricreazione era appena suonata ed una folla vociante si era riversata nei corridoi della scuola per cui furono in molti ad assistere al bizzarro inseguimento. Forse sarà stato proprio grazie a quella marea di gente che i ragazzi inseguiti riuscirono a sfuggire al vicepreside, che dopo vari tentativi decise di ritornare al suo ufficio. Così Cesare Malignani, detto Imperatore, e la sua banda riuscirono ancora una volta ad evitare il castigo, ma la loro pena era solo rimandata ad un inevitabile futuro. “Ancora una volta l'Imperatore sfugge a DiGiusto” La scritta è chiaramente visibile dal monitor del computer dove solitamente siede a lavorare Margò Suerer, l'autrice dell'articolo con questo titolo. Ma lei ora non vi siede davanti, anzi, è da tutta un' altra parte, precisamente nel corridoio, davanti alla porta della redazione del giornale della scuola. «Signorina Suerer, la prego di ritrattare sul messaggio intrinseco del suo ultimo articolo... e...» disse il vicepreside DiGiusto. «Mi dispiace signore ma l'articolo è già alle stampe, non c'è la possibilità di rinviarlo» disse Margò «Ha... per questa volta posso passare oltre. Ma che ciò non accada più. Intesi?» «Certo signore» disse Margò, voltandosi. Appena passò dalla pota ed entrò nella redazione, una ragazza la investì con un fiume di parole: «Allora come è andata? Spero che non ti sia beccata nessun rimprovero... Sai, io avrei voluto fermarlo, ma mi ha minacciata di espulsione, sai era veramente incazzato! Sembrava che quasi gli uscisse il fumo dalle orecchie!» questa ragazza era vestita in modo molto particolare: i capelli erano legati a formare uno scinion da cui penzolavano pendagli colorati, indossava un giubbotto senza maniche, una casacca cinese dagli alti spacchi e sotto, un paio di jeans. «Stai buona Vale, non è successo niente. Ma questo, penso, sarà l'ultimo degli articoli rivelazione». «Ci credo poco, Margò. Tu non ti fermi anche se ti minacciano di espulsione, ne sono certa!» «Vedo che ancora una volta la famosa astrologa Valeria, curatrice della “rubrica delle stelle” del giornalino, ha azzeccato...» «A me non sfugge niente!» disse Valeria trionfante «Peccato che ti sia sfuggito il compito di stamattina...» «...quasi niente» si corresse Valeria. Non cambierà mai. Ma proprio per questo Margò ne era tanto affezionata: era estroversa, particolare, incorreggibile e sempre perennemente allegra e ottimista. Ma questa era solo una maschera, e Margò la aveva appena scoperta. Sotto la maschera si celava una persona intuitiva e sensibile, timida e sola. Avrebbe voluto conoscere anche l'altra faccia di Valeria, ma sapeva che per lei sarebbe molto difficile mettersi a nudo, quindi continuava a far finta di niente. «Scommetto un frullato alla fragola, di sapere a cosa stai pensando» disse Valeria «Ok. A cosa sto pensando?» «Stai pensando all'Imperatore! Vero?» So che sembra che non abbia indovinato, ma in realtà lei intuiva sempre ciò che mi passava per la mente. Non ciò che stava in superficie, ma quello che navigava in profondità. Era da due giorni che ci pensavo (da quando c'era stata l'ultima “azione” dell'Imperatore): desideravo fare un saggio giornalistico sull'Imperatore. «Va bene! Ancora una volta hai vinto! Vieni, che andiamo» Ma chi era l'Imperatore? Il suo nome all'anagrafe è Cesare Malignani, età 19 anni, frequentante la classe 5ª anche se non è ancora entrato effettivamente in classe. La sua carriera scolastica era bizzarra: per 17 anni della sua vita aveva studiato sodo, la sua condotta era stata ottimale, fin da quando era entrato a scuola aveva puntato in alto, vincendo premi e borse di studio. Al primo anno di superiori aveva sentito parlare di un prestigioso premio scolastico: il Royal Gala, questo premio ambitissimo dato da un'associazione privata ai migliori alunni dello stato, rappresentava il tesserino di benvenuto alle migliori università del paese e quindi a tutti i più alti e vantaggiosi lavori esistenti. Ma per guadagnarlo bisognava studiare sodo, ancora più sodo di quanto Cesare avesse fatto fino ad allora. Lui si impegnò, studiò fino a perde intere notti di sonno, ed avrebbe sicuramente vinto il premio se non fosse stato per un incidente... «Dai dimmelo! Lo sai che sono curiosa!» disse Valeria appena finì il suo frullato alla fragola. «Be... non dovrei dirlo. Anche io sono venuta a conoscenza di questa cosa in modo non molto onesto... » disse Margò «Sai che sono una tomba!» «E va bene, te lo dico! Circa un anno fa ci fu uno scandalo all'interno della scuola: un gruppo di ragazzi, che non andava molto bene, truccò un importante esame...» «Non dirmi che tra quelli c'era anche l'Imperatore?» esclamò Valeria «No, non era tra di loro, ma lui e questi ragazzi appartenevano alla squadra di calcio della scuola e alla fine lo venne a sapere, ma visto che era molto amico di questi ragazzi non spifferò niente... » «E allora come si è venuto a sapere?» «Se mi fai parlare te lo spiego! Uno dei ragazzi aveva fatto la spia e...» «Che vigliacco!» «Mi vuoi far spiegare?! Allora... l'Imperatore aveva fermamente negato ai primi interrogatori ma dopo che il tipo aveva rivelato tutto, lui venne incolpato di averli aiutati. Alla fine ne uscì pulito ma il preside non lo perdonò per non avere denunciato subito il fatto e gliela fece pagare non firmando l'iscrizione» «Che iscrizione?» «Per partecipare al Royal Gala bisogna mandare una specie di iscrizione con l'attestato, in cui il preside lo raccomandava come miglior alunno...» «E il preside per ripicca non gliel'ha firmata!» «Brava, hai capito!» Calò il silenzio. Margò capì subito che c'era ancora un quesito da parte di Valeria «Cosa c'è?» chiese. «Be... ma perché alla fine l'Imperatore è diventato come è ora?» «Perché? Tu che capisci le persone con un solo sguardo, non l'hai capito? Il Royal Gala rappresentava una vita di sacrifici, forse tutta la sua vita, per Malignani.» «Non poteva ritentare l'anno dopo?» «No, perché il concorso si svolge ogni 5 anni. Avrebbe potuto essere bocciato per 5 anni di fila, ma il Royal Gala accetta solo alunni dalla condotta impeccabile» «Che pena, poverino...» «Per lui la negazione della firma comportò l'annullamento di tutti i sui sforzi... Una vita buttata. Che stupido!» Calò di nuovo il silenzio. Erano poche le persone che osavano definirlo uno stupido e naturalmente nessuna osava dirglielo in faccia. Valeria, però continuava ad avere una domanda in sospeso. «Cosa hai ancora?» «Be... capisco che senza il Royal Gala, la sua vita non valeva niente, ma perché si è dato al teppistaggio? Non poteva semplicemente provare con un altro concorso?» «In realtà lui non era un tipo violento ma fu provocato durante una lezione. Il prof stava spiegando e Malignani venne interrogato. Naturalmente lui seppe tutto, ma mentre parlava nel banco accanto a lui c'era un ragazzo che lo prendeva in giro. Il prof non poteva sentirlo, ma Cesare lo sentiva benissimo. Fatto sta che dopo una particolare frase, l'Imperatore non ce la fece più e gli saltò addosso» «Al ragazzo?» «Certo! All'inizio si pestarono un po', il tipo era più forte ma l'Imperatore era determinato e iniziò a dargli dei morsi. Penso sia stato per caso che Cesare si trovò davanti agli occhi l'orecchio del tipo e iniziò a morderlo... staccandogli il lobo» Dall'espressione di Valeria si capiva che era molto scioccata da questo avvenimento. Margò fece un sorrisetto. Sin da piccola aveva avuto la passione di far stupire la gente, soprattutto se le ciò che raccontava tendeva al noire. «La cosa più raccapricciante fu il fatto che poi l'Imperatore sputò il pezzettino di orecchio dritto in fronte...» per far capire dove, Margò si tastò con l'indice in mezzo alle sopracciglia, dove solitamente si dipingono un puntino rosso i santoni indiani «...proprio al centro della fronte del prof!» «Orribile!» «Sì. Raccapricciante!» «Cavoli! E' tardissimo!» esclamò all'improvviso Valeria «Giusto, hai ragione. Andiamo!» Le due ragazze si alzarono velocemente e si diressero verso l'uscita. Purtroppo non si resero conto che un ragazzo aveva ascoltato tutto il loro discorso.
Capitolo 2
Quella sera era fantastica. La luna, un sottile arco crescente, splendeva pallida nel cielo, velata ogni tanto da nuvole scure che sembravano fatte di seta trasparente. Le stelle occhieggiavano maliziose sulla volta celeste. L'unica nota di colore oltre al blu scuro della notte e il bianco pallore della luna, era il baluginio colorato delle luci di qualche aereo che passava in lontananza.
«Che cielo fantastico» «Si è molto bello... ma ti consiglio di non esternare troppo questi tuoi pensieri» «Chi se ne frega! Questa marmaglia non mi segue di certo perché faccio il duro e dico parolacce!» «No... loro seguono l'Imperatore perché è aggressivo e va contro le regole» «Non è vero» «Certo che è vero» «E allora perché tu mi segui Angelo?» «Perché sono tuo amico e non ci tengo che tu ti distrugga con le tue stesse mani» «Tu sei l'unico amico che mi ritrovo dopo...» e non continuò la frase. «Dai tirati su! Devi dimostrare a questi bambocci casinari chi è il capo!» Un sorrisetto falso comparve sul viso dell'Imperatore. Erano in ombra, e non si riusciva a distinguere chiaramente l'espressione del suo volto. Le uniche fonti di luce provenivano dai lampioni lontani e dalla punta della sigaretta che stava fumando l'Imperatore. «Cesare! Mi avevi promesso che smettevi!» «Va bene, Ange!» con un moto di stizza, l'Imperatore spense la sigaretta fumata a metà «comunque cos'è che volevi? So bene che non ti piace mescolarti ai “buzzurri” della mia banda» Angelo alzò gli occhi. Cesare aveva proprio ragione, il cielo quella sera era veramente stupendo. Se non avesse quel caratteraccio che ha, Cesare sarebbe veramente un bravo ragazzo. «Sono andato al McDonald...» «Non ho bisogno che mi informi di tutto quello che fai!» «...e ci ho trovato Margò e Valeria» Tutti e due sapevano chi erano Margò e Valeria, non che fossero famosissime, solo che avevano avuto modo di conoscerle. Cesare apprezzava e allo stesso tempo odiava Margò: per lui era una bella tipa, decisa ma con un brutto carattere e molto spesso l'aveva beccata mentre tentava di pedinarlo. Aveva sentito parlare in giro che stava lavorando ad un articolo su di lui, e la cosa non gli piaceva affatto. Mentre Valeria per lui era solo una faccia, di lei sapeva solo che era la migliore amica di Margò (le stava sempre appiccicata) e che faceva l'oroscopo nel giornale della scuola. In realtà Valeria interessava molto ad Angelo: ne era praticamente cotto. «E allora?» chiese impaziente Cesare «Mi sono messo ad ascoltarle e...» «E...?» «Margò è venuta a conoscenza del tuo “piccolo” segreto» «Segreto?» «Il Royal Gala» mentre lo diceva, Angelo continuava a guardare il cielo. Stava cercando di ignorare una brutta sensazione: sapeva che l'Imperatore non voleva che fosse nominato il Royal Gala. «Bene...» disse l'Imperatore, e mentre lo diceva sembrava trasformarsi: da un normale essere umano in un mostro assetato di sangue «...molto bene. Vorrà dire che dovrò farle una visitina...» Erano le 5 e mezza passate e il cielo era di un arancione acceso venato a tratti di giallo e azzurro. Se fosse stato ancora inverno, a quell'ora sarebbe già stato buio pesto, ma visto che la primavera era alle porte, il cielo quel pomeriggio si era acceso di colori incredibili. Guardare il tramonto era un'emozione continua per Margò, ciò naturalmente la stupiva perché solo allora si rendeva conto di avere una vena romantica. Lei, che era una dura, una che non aveva paura di niente, che rideva durante i film dell'orrore, si scopriva sempre più una persona romantica. “Orribile, mi sto rammollendo!” si disse. Un rumore improvviso la destò dai suoi pensieri. Era seduta davanti al computer della redazione, quindi si voltò istintivamente verso la pota. Era aperta. Lei, pero, si ricordava di averla chiusa. Ecco cosa era quel rumore: la porta che si apriva. La stanza era in penombra e progressivamente si faceva sempre più scura. Il tramonto era quasi finito e il cielo sanguinava di rosso e porpora, degradando velocemente verso il viola e il blu della sera. «Bel tramonto, vero?» disse una voce da un angolo buio. A Margò quella voce impressionò molto poiché non se l'aspettava, ed anche perché da questa semplice frase traspariva un'intenzione che non prometteva niente di buono. «Si... bel tramonto» riuscì a dire. Le si era improvvisamente seccata la gola, la lingua le raspava il palato e la voce risuonò rocca quando parlò. «Guarda che oltre gli orari scolastici, non si può rimanere a scuola» «Questo vale anche per te» ribatté la voce
«Io sono il capo-redattore, ho l'autorizzazione del vicepreside di rimanere oltre l'orario scolastico» «Che paroloni!» disse in tono canzonatorio la voce. Ora Margò non si divertiva affatto, ed iniziava a temere quella voce. «Chi è?» urlò spaventata. Dall'ombra emerse una figura imponente per la prospettiva di Margò. Nella luce morente del tramonto, riuscì a riconoscere la persona a cui apparteneva quella voce: Margò stava parlando con Cesare Malignani, l'Imperatore in persona. Quando lo riconobbe non riuscì a trattenere un grido strozzato: anche se ne parlava spesso nei suoi articoli, Margò, come tutti gli studenti e gli insegnanti della scuola, temeva l'Imperatore. «Hoo...! Hai paura di me? Ti ho forse spaventata?» »Anche se il volto era in penombra, si poteva chiaramente vedere la luce che rispecchiava nei suoi occhi: determinazione e furia cieca. A Margò venne la pelle d'oca. «Bene, visto che non vuoi proferire parola, allora sarò io a parlare: sai perché sono qui?» Margò non aprì bocca, aveva troppa paura di quello che leggeva nei suoi occhi. «Sai...» disse l'Imperatore con tono falsamente pacato «... un mio amico ti ha sentito “raccontare” di ciò che è avvenuto un anno fa... bene: come ne sei venuta a conoscenza?» Margò non proferì parola. «Allora! Chi cazzo te ne ha parlato!» urlò all'improvviso Cesare. «N-N-Non me n-ne ha parlato n-nessuno...» disse con voce flebile Margò. Era scossa dai brividi della paura. «Come ne sei venuta a conoscenza?!» «Mi sono intrufolata in archivio e.. ho guardato la tua cartella... e così...» «Perché?» «Ero curiosa...» «Cosa volevi sapere?» «Tutto il possibile...» la sua voce tremava ancora. «Cosa volevi fare?» anche se si era calmato, il tono della sua voce era comunque impressionante: sembrava che ad ogni parola, oltre all'anidride carbonica, espirasse fiamme ardenti. «Io...» come poteva, lei, che era sempre stata temeraria, essere piegata da un semplice bullo! Doveva riprendersi! Doveva riguadagnare il coraggio che l'aveva sempre contraddistinta. «La cosa non ti interessa!» disse sprezzante Margò, affrontando l'Imperatore. I loro occhi si incontrarono. Cesare era stupito: di tutte le volte che gli era capitato di affrontare una donna, non era mai stato provocato come aveva fatto lei. Erano tutti e due in piedi. Cesare superava Margò di tutta la testa. Ora che la guardava bene, Margò era relativamente bella: asciutta, dal corpo atletico e proporzionato, il viso era piacevole, anche se era sempre truccata. Di certo, Margò non rappresentava il suo ideale di donna: lui preferiva quelle veramente belle, non quelle che si imbrattavano sempre il volto, le preferiva remissive, non battagliere ed arroganti e soprattutto aveva un debole per le bionde, mentre Margò aveva i capelli castano scuri. L'unica cosa che lo attraeva veramente erano gli occhi grigio-verdi. Ora, però, quegli occhi erano coperti da occhiali, che le davano un aria intellettuale, da cervellone, e a lui quell'espressione non piaceva affatto, gli ricordava troppo il suo passato, come era stato anche lui. «Certo che mi interessa! Hai forse intenzione di andare in giro a spifferare di come ero prima?!» «No... ma...» in realtà l'Imperatore aveva ragione. Sin dall'inizio Margò gli era stata ostile, aveva desiderato ardentemente che venisse umiliato, ridicolizzato. Sapeva bene che Cesare non accettava ciò che era stato in passato, e quindi aveva scelto proprio quel tema per sviluppare il suo articolo rivelazione. Ma ore non era comodo rivelare il suo piano, perché sapeva bene che se veniva istigato, l'Imperatore non risparmiava nessuno, che fosse stato uomo o donna. In quel momento Margò doveva dare la risposta giusta, era questione di vita o di morte. All'improvviso, Cesare fece un balzo, la prese per le spalle e la fece sedere su di una sedia, immobilizzandola con le forti mani. La sua espressione era cambiata: prima sembrava che Cesare l'avrebbe uccisa da un momento all'altro; ora, invece, sembrava aver trovato una soluzione più interessante senza l'uso della forza bruta. In quel momento la sua espressione era uguale a quella di un maniaco che guardava la sua preda.
Capitolo 3
Il sole splendeva e quella mattina non faceva molto freddo. I primi fiori erano sbocciati, causando le prime allergie a quei poveri malcapitati che ne soffrivano. Tra di questi, anche Margò soffriva di una leggera allergia che le faceva gocciolare il naso.
«Dannazione!» imprecò Margò tra una soffiata di naso e l'altra. «Hai proprio ragione! Il prof non aveva il diritto di interrogarmi!» disse Valeria. «Non è per questo» «Ti riferisci ai fiori? Io sono proprio fortunata a non esserne allergica!» «Neanche per quello...» «Mh... forse..AH! Ho capito: è per l'Imperatore!» Margò non disse nulla. Anche se non glielo aveva detto, Valeria aveva capito ancora una volta a cosa stava pensano. Anche se ci provava, non riusciva a dimenticare ciò che era successo il giorno prima... Appena avesse avuto l'Imperatore tra le mani, lo avrebbe pestato a sangue. Anche se era più alto di lei, Margò non aveva paura di quel prepotente. Aveva imparato da suo fratello maggiore a fare a botte, il suo gancio destro era fenomenale, e molto spesso(per vincere) le piaceva giocare sporco: ginocchiate all'inguine, morsi, graffi e sberle. Oltretutto, essendo piccola e veloce, riusciva a sfuggire agli attacchi dei più forti, sviandoli e stancandoli velocemente per poi dare il colpo di grazia. Per tutta la mattina aveva immaginato di riempirlo di pugni e soprattutto di schiaffi. Uno schiaffo, ecco cosa avrebbe dovuto dargli per la proposta insolente che le aveva fatto... «Tu non sai di cosa sono capace...»aveva detto Cesare «...staccare un orecchio è stata una cosuccia da niente... Se rivelerai ciò che si venuta a sapere, oltre a spaccarti tutte le ossa, farò in modo che tu venga espulsa a vita. Non potrai diventare giornalista... dico questo perché so che il tuo sogno è scribacchiare in qualche giornale famoso... Bene. Penso che tu abbia capito...» l'Imperatore se ne stava andando, quando si voltò di nuovo verso Margò, che era ancora seduta, e l'espressione che aveva in volto le fece molta paura. «Io ho capito che tipo sei... sei una rompicoglioni e scommetto che non hai mai avuto un ragazzo... Col carattere che hai! Ma io voglio farti una proposta: tu stai zitta, io non ti uccido ed in cambio del tuo silenzio diventerai la mia ragazza. Ti consiglio di accettare, perché nessun ragazzo (sano di mente) ti domanderà di uscire...(almeno finché ci sarò io)» Sorrideva. Quello stronzo sorrideva compiaciuto di avermi ferita, di avermi umiliata e vinta. E per suggellare quel patto a cui io non avevo dato il mio consenso, mi diede un bacio. Non sulla guancia, ma sulle labbra. Un bacetto veloce, ma che comunque mi bruciava sulle labbra. DRRIIIIIN!!!!!!! «Ha!!! Finalmente, sembrava che non finisse mai!»urlò Valeria «Margò? Ti sei addormentata?» «Mhh...» «Dai non fare quella faccia... dovresti essere felice di poter uscire due ore prima!» La prof stava per uscire quando si voltò verso Valeria: «Eh... Valeria potresti chiudere quella finestra, per favore?» «Ok prof!» Valeria si diresse verso la finestra aperta e mentre armeggiava con la maniglia, diede uno sguardo fuori... «Oh! Margò, guarda. C'è l'Imperatore!» «COOSA?!» Margò poté chiaramente vedere dalla finestra Cesare e la sua banda seduti, anzi, distesi sulla scalinata del palazzo adiacente alla scuola. Naturalmente si capiva che avevano saltato le lezioni, ma nessun alunno ne professore osava dir loro qualcosa, poiché se solo ci provavano, Cesare era pronto a fargli rimpiangere ciò che aveva fatto. Margò lo odiava, odiava con tutta se stessa quella scuola che aveva così tanta paura di un gruppetto di ragazzi. «Margò? Dove vai?» chiese Valeria vedendo uscire la sua amica «Vado a dargli una bella lezione!» «Aio...» fu il solo commento di Valeria. Sapeva bene che se Margò si metteva in testa qualcosa, cascasse il mondo lai l'avrebbe fatta. Anche se quella cosa era affrontare a viso aperto l'Imperatore e la sua banda! Era proprio una bella giornata. Il cielo era limpido, il sole splendeva e non faceva molto freddo. Quel giorno Cesare non era andato a scuola, come i giorni precedenti. Aveva preferito andarsene in giro con i suoi amici, anche loro alunni poco “diligenti”. In quel momento era seduto sui gradini di un edificio, in bella vista a tutti gli alunni della sua scuola, e naturalmente anche ai professori. Ma nessuno osava replicare, e lui si divertiva a provocarli, sapendo bene che non si sarebbero mossi. «Quando smetterai di fare questo giochino?» chiese Angelo «Che giochino?» «Startene qui, in bella vista ad aspettare che ti vengano a dire dietro perché marini. Sai anche tu che loro non si muoveranno mai!» «Hanno troppa paura! Ecco perché è divertente!» disse un ragazzo dalla faccia da bulldog. «Giusto Fabio!» rispose Cesare. In lontananza si sentì il suono della campanella, di lì a poco vari gruppetti di ragazzi si incamminarono verso le varie aule, alcuni si fermarono a fumare, altri se ne andavano via attraverso il cancello. Proprio da questo, stava arrivando Margò, con la faccia scura dalla rabbia. Si avvicinava sempre più, incurante della situazione in cui si stava per gettare. Quando Margò si fermò davanti alla scalinata dove erano seduti i ragazzi, uno disse: «E chi cazzo e questa?» «Una rompicoglioni» disse l'Imperatore. «Io non starò zitta!» urlò Margò «Che cazzo vuoi tu?» disse Fabio, alzandosi dal gradino dove era seduto e scendendo verso la ragazza. Fabio era un fedele seguace dell'Imperatore; anche se non si conoscevano da molto, lui era veramente orgoglioso di essere un suo sottoposto. Se l'Imperatore era il capo e Angelo ne era il braccio destro, allora Fabio poteva essere considerato il braccio sinistro. Sceso dai gradini, Fabio si piazzò davanti a Margò, ma lei non indietreggiava, non era per nulla spaventata da quell'armadio e muro. «Togliti. Devo parlare con Cesare» «Mi sa che non hai capito. Te lo ripeto: che cazzo vuoi?» disse Fabio Margò era stizzita, non voleva perder tempo. «Lasciami passare! Se no...» disse alzando la mano destra.
«Ho dio! Mi vuole colpire!» disse sprezzante Fabio ed una risata collettiva dei ragazzi rispose alla sua presa in giro. «Vaffanculo!» disse Margò. In pochi attimi, abbassò la mano destra e con la sinistra assestò a Fabio un bel ceffone. Poi, senza neanche dargli il tempo di riprendersi, gli diede una violento colpo con il ginocchio in mezzo alle gambe. Fabio si piegò, paralizzato dal dolore e dallo stupore. Ora il suo volto era alla stessa altezza di quello di Margò. Mai, nella sua carriera di teppista, era capitato a Fabio di essere sopraffatto da una donna. La ragazza lo guardò sprezzante negli occhi, poi gli diede il colpo finale: un poderoso gancio destro in piena faccia, che lo fece volare sui gradini, in mezzo ai suoi compagni sbigottiti. “Ho vinto!” Più di tutti, era lei la più stupita. Lei, una donnina di neanche un metro e 60 aveva steso un colosso di almeno un metro e 80 centimetri. E con soli tre colpi! Ora che tutti erano spaesati doveva approfittare dell'occasione, e imporsi sull'Imperatore. Iniziò così a salire la scala. Nei gradini più bassi c'erano i novellini, mentre più salendo, c'erano i ragazzi più esperti in ricatti e risse. In alto, all'ultimo gradino, c'erano Cesare e Angelo, che guardavano dall'alto tutta quella misera gentaglia. Saliva, gradino dopo gradino, superando tutte quelle facce stupite di vedere una donna che affrontava loro, la più terribile banda di teppisti della città.
Ora Margò era al terzultimo gradino. Davanti a lei c'era l'Imperatore seduto comodamente sull'ultimo gradino, con Angelo al suo fianco. «Cosa vuoi?» chiese Cesare con tono sprezzante. «Io non accetto il patto che mi hai proposto!» disse Margò «Mi dispiace, ma non puoi rimangiarti la promessa!»
«Io non ho detto di si!» urlò. L'Imperatore sorrise. Angelo aveva lo sguardo preoccupato e mentre fumava una sigaretta cercava di rendersi estraneo alla situazione. «Tanto lo so che ti è piaciuto! Vuoi un altro bacio?» disse infine Cesare. A quell'affermazione, Margò non ci vide più. La mano destra scattò, colpendo con il palmo aperto la guancia dell'Imperatore. “Finalmente gli ho dato lo schiaffo che si meritava!” pensò esultante Margò. Ad Angelo cadde la sigaretta dalle labbra. Cadde, senza quasi un rumore, vorticando leggermente. Nello stesso momento in cui la sigaretta toccò i suolo, Cesare scattò in piedi afferrando Margò alla gola. Un brivido di terrore percorse tutti i presenti. L'imperatore era furioso. Nessuno era mai sopravvissuto incolume dopo averlo colpito. E soprattutto nessuna ragazza gli aveva mai dato uno schiaffo... «Stai attento Cesare. Se stringi troppo la uccidi!» disse Angelo con tono noncurante, quasi che Margò, invece di una ragazza, fosse un gatto o un cane. «Ora non ridi più! Guardati miserabile donna!» Ora Margò aveva veramente paura. Voleva urlare e dimenarsi, ma la mano di Cesare le stringeva saldamente la gola, impedendole di respirare correttamente. Ansimava nel vano sforzo di contrastare la sua forza. L'unica cosa che riusciva a fare in quel momento era piangere. Un torrente di lacrime di paura le scorrevano sulle guance, inumidendole i capelli e bagnando la mano dell'Imperatore. Piangeva! Come poteva lei piangere perché un bullo strafottente la strozzava?! Eppure piangeva... In quel momento Angelo si alzò. Poggiò la mano sul braccio di Cerare e, con il tono neutrale di un arbitro che sancisce la fine di un incontro, disse: «Ora basta Cesare» e lo fissò negli occhi. L'Imperatore ribolliva ancora di rabbia, ma lo sguardo deciso di Angelo lo placò. Alla fine abbandonò la presa sul collo di Margò, lasciandola libera di respirare di nuovo. Scossa dalla tosse,Margò si inginocchiò esanime ai piedi dell'Imperatore. Tra gli ansimi e i colpi di tosse, piangeva senza riuscire a controllarsi. «E questo è solo l'inizio!» disse l'Imperatore. Era ormai mezzogiorno passato ed anche gli ultimi alunni se ne erano andati. Il dolce sole che splendeva quella mattina, ora fendeva il cielo terso, abbagliando gli occhi. Solo all'ombra si poteva resistere a quel fastidioso sole. E proprio all'ombra del grande edificio, sulla scalinata fredda, sedeva ancora Margò, nella stessa posizione in cui l'avevano lasciata dopo la discussione con Cesare. Aveva ripreso a respirare normalmente, solo quando il ricordo la riprendeva, le uscivano dei rantoli sommessi dal fondo della gola. Non piangeva più, le lacrime le si erano asciugate sul volto tirandole la pelle. Era come in coma. Non sentiva e non vedeva niente. Alla mente le ritornava continuamente il ricordo di cos'era successo poche ore prima. Valeria aveva assistito a tutta la scena dalla finestra. Anche se non aveva sentito cosa si erano detti, aveva capito cosa era successo. Per più di un'ora era stata a guardare Margò, indecisa se lasciarla in pace o correre a rincuorarla. Dopo tanto esitare scelse la seconda opzione. «Margò!» l'urlo di Valeria la raggiunse riscuotendola dal torpore. Provò a muoversi, ma aveva tutto il corpo anchilosato per essere stata ferma così a lungo. Incontrò lo sguardo di Valeria. Lesse negli occhi dell'amica un misto di emozioni contrastanti: pena, rabbia, disperazione e un qual senso di pentimento, come se non avesse fatto qualcosa che doveva fare. «Margò... » Valeria le si avvicinò e si sedette sul gradino, accanto a lei. «Valeria... io...» riuscì a dire prima di scoppiare a piangere. Non sapeva perché, ma quando Valeria le si era avvicinata, le era venuta tanta voglia di piangere. Piangere per cosa era successo, per ciò che le avevano detto, per ciò che le avevano fatto, per ciò che lei aveva detto e per tutta la sua vita. Con il pianto poteva finalmente liberare tutte le emozioni che aveva sempre represso. Si appoggiò alla spalla di Valeria, mischiando tutti i suoi tormenti alle lacrime che le scorrevano copiose e incessanti sul volto.
| inviato da il 17/4/2005 alle 12:2 |
17 marzo 2005
| inviato da il 17/3/2005 alle 20:24 | |
7 marzo 2005
Acqua fredda
Testo: Kimera
Come fanno ad essere così felici. Me lo chiedo sempre. Guardo fuori dalle alte finestre, attraverso la griglia di protezione e vedo case, acqua ed alberi. Ogni tanto passa qualcuno accanto alla finestra. Tutti felici. Ora stanno passando due fidanzatini: lei ride felice, lui ricambia il sorriso, tutti e due vicini, mano nella mano, si riscaldano e si amano felici. Io invece sto qui dentro, accanto al termosifone, l'unico calore che sento proviene proprio da questo. Il mio sangue è freddo. Il mio cuore è gelido. Sono così triste. Non ho nessuno che mi riscaldi le mani e la mia vita. Tutto è gelido. Mia madre diceva sempre che ero nata in un giorno molto freddo, e così io stessa sono fredda. Quando l'aria fredda mi colpisce il volto, per un attimo mi sento pervadere da un brivido di piacere. Ma poi svanisce subito. Solo il fragore dell'acqua mi riscuote un po', mi riempio le orecchie di questo fantastico suono. Sono proprio dietro al parapetto. Lo scavalco. Ore sono in bilico sul muretto. Mi alzo e stendo le braccia, guardo in alto. Vedo le stelle luccicare contro il buio del cielo, coperte a volte dagli sbuffi di vapore che esalo. Questa sensazione di libertà è fantastica, è emozionante. Libertà assoluta. Salto. L'aria mi prende, mi accoglie, mi spinge verso il basso. Aria fredda. Acqua. Fredda. Vengo avvolta da un turbine di acqua e bollicine. L'acqua si fa più scura e fredda man mano che affondo. Calo nelle tenebre. Una mano. Una mano bianca mi afferra. Due mani mi tirano su, sempre più su. Quando riemergo intorno a me si formò un cerchio di spruzzi e schiuma. «Ma...sei...matta...tu!» una voce. Qualcuno mi parla, urla. Io vedo solo il cielo e le stelle. Acqua, poi la sensazione della terra mi afferra. Ero sulla sponda del fiume. Fradicia. «Che avevi intenzione di fare!» accanto a me una persona usciva dall'acqua, quella che mi aveva salvata. «Tu... tu chi... sei?» riusci a stento a dire. Lui si siede, ansimando. L'acqua gronda dai suoi capelli riccioluti, neri. Il suo volto è bianco per lo sforzo. Alza gli occhi. Due pozzi verde acqua mi guardano. «Io? Io sono il tuo salvatore.»
| inviato da il 7/3/2005 alle 19:24 | |
7 marzo 2005
Alessandre e Stefano
Testo: Kimera
«Ogni notte sogno questo ponte, dove passiamo tutti i giorni per andare a scuola. E ogni notte sogno di salire sul parapetto, in perfetto equilibrio, e mentre guardo questo stupendo paesaggio desidero ardentemente di volare... e così salto e spicco il volo, sfiorando con i piedi le punte degli alberi e poi alzandomi di quota, volo nel cielo, perdendomi nel suo blu infinito...» «Bello come sogno!» disse Stefano, continuando a guardare il paesaggio, lo stesso che avevo sognato. Da quando eravamo piccoli percorrevamo quella strada per andare a scuola. «Sì è bello e per fortuna che ciò che sogno è solo un sogno...» dissi. «Meglio prenderlo come un segno positivo, piuttosto che come un sogno premonitore.» «Si! Hai ragione» dissi e intanto pensavo “ Tu non sai la vera fine di questo sogno, io volo del cielo ma poi mi dirigo verso il centro abitato, verso casa tua per rimanere sempre accanto a te... come vorrei che questi giorni felici non finissero mai, non essere costretti dal tempo e dalla società a separarci, poter ogni giorno percorrere questa strada in mezzo a questo panorama stupendo ...”
Se avessi saputo che da li a una settimana Stefano sarebbe morto, gli avrei di certo rivelato ciò che provavo per lui, lo avrei fatto felice a anche io sari stata felice... ma noi non possiamo prevedere il futuro e quindi quando venni a sapere che era stato investito da un camion mentre attraversava le strisce pedonali per andare a scuola, il mondo mi cadde addosso, rendendo tutto ciò che vedevo vuoto e annullando il tempo e lo spazio. Forse quel sogno che facevo sempre prima che morisse era in realtà una specie di visione del futuro, poiché ora sta succedendo tutto come nel mio sogno. Sono sul ponte, in equilibrio sul parapetto da dove si vede il paesaggio. Oggi è una stupenda giornata come nel sogno il cielo è limpido e azzurro, quasi privo di nuvole che galleggiano pigre a mezz'aria, il sole splende alto e il vento tiepido soffia delicato tra gli alberi, scompigliandomi appena i capelli... ma tutto ciò non allevia la mia tristezza. Perché dobbiamo soffrire così, perché dobbiamo nascere per soffrire tutta la vita e morire senza che poi niente di tutto ciò che hai fatto possa perdurare nel tempo, per perdere quello che hai lottato in tutta una vita in pochi secondi...ciò è quello che pensavo sempre dopo la morte del mio amato Stefano, ma ora non penso più così perché ieri notte l'ho sognato, si ho sognato lui e mi diceva che non dovevo preoccuparmi per lui e che dovevo smettere di soffrire, che lui sarebbe stato sempre accanto a me... e a lui io credo quindi ora non soffro più, anzi sono molto felice. Sono così felice che mi sembra di volare... anzi volo. Si, volo e mi stacco da terra quasi senza peso, senza nessuno sforzo... e volo tra i pini e su fino in cielo...
E così volò, volò staccandosi dal suolo e scendendo in picchiata sentendo l'aria che le sferzava il viso ma che certo non l'avrebbe sorretta come voleva, ma lei non se ne preoccupava certo. Così la vidi gettarsi dal parapetto. Certo dovevo fermarla, ma non potevo e neanche volevo, certo non è ballo consentire alla persona che ami di potersi suicidare ma non è neanche bello vederla soffrire per una vita intera senza poterla aiutare. Solo quando la morte di questa è vicina si può fare qualcosa se si vuole, la Nera Signora te lo consente, ma solo una volta ti può lasciar fare qualcosa e sta a tè decidere cosa fare: salvarla o salutarla, ed io ho preferito salutarla poiché comunque non avrei potuto salvarla da se stessa. E così ho fatto. Me ne dispiaccio un po', ma so anche che ora non soffrirà più.
«Stefano!!» urlò Alessandra appena fu salita sul ponte «Alessandra?!» disse stupito Stefano «Certo chi vuoi che sia? Speravi forse di liberarti di me?» «No certo...ma...» «Niente ma!Non sei felice? Sono io in carne e ossa» «Più che carne e ossa, sei col lenzuolo!» «ha ha ha che ridere...» Calò così il silenzio tra i due «Perché hai scelto questa fine?» «Perché senza di te sono morta, solo con te al mio fianco posso esistere» «Ha (sospiro), sciocchina!» e così dicendo iniziammo a passeggiare sul ponte contemplando il paesaggio che si apriva al nostro sguardo eterno...
| inviato da il 7/3/2005 alle 19:21 | |
1 dicembre 2004
Kaze no naka no namida.
Disegno di: Ashras

| inviato da il 1/12/2004 alle 9:56 | |
26 novembre 2004
Punto.di]rottura_
Disegno di: *Sanachan*
| inviato da il 26/11/2004 alle 15:41 |
26 novembre 2004
ORE 12.55 Martedì 12 ottobre 2004
Testo: Detective Ryoga.
Come al solito, dopo la mattinata di lezioni
all'uni, Ludovico stava tornando a casa in bicicletta; e come spesso
capita pioveva.
Ludovico non era capace di correre tenendo in mano l'ombrello,
così si limitava a bagnarsi, e si bagnava parecchio dato che era
esposto ad uno di quei fottuti temporali autunnali che cominciano il
lunedì mattina quando vai a lezione e finiscono il mercoledì alle 19.00
quando ormai sei tornato dall'ultima lezione della settimana.
Ludo non se la prese, "c'è sempre qualcuno che sta peggio di me"
si disse, e il pensiero dei bambini ruandesi gli tirò su il morale
mentre attraversava Porta S.Tommaso.
Ludovico Giovanni era un autentico stronzo.
Al semaforo si fermò, trasse un profondo sospiro e si asciugò gli
occhiali, con calma, molta calma, in fondo aveva tutto il tempo che
voleva.
Già; perchè il semaforo di Porta S.Tommaso era particolare: da un
lato passavano le automobili che percorrevano il PUT, nell'altro verso
invece bici e pedoni. Per questi ultimi il rosso durava 3 minuti, il
verde 5 secondi e il giallo 10.
Ludovico era arrivato all'ultimo secondo del giallo, e restò così
a raccogliere su di sè più pioggia di quanta ne cada in Sicilia durante
l'intero mese di Agosto.
Alla scattare del verde si rimise in sella, perse quei 3-4 secondi per trovare il pedale con il piede, partì, frenò, cadde.
Si, cadde perchè un'auto,incurante del rosso aveva deciso di
continuare la propria corsa. Tagliò la strada a Ludovico colpendo anche
la ruota anteriore della sua bici, non con tanta forza da romperla ma
abbastanza per farlo cadere.
La macchina si fermò, la portiera dal lato del guidatore si aprì
e il conducente, un uomo sulla sessantina proferì un "c******e !"
accompagnandolo con un eloquente gesto del medio. La portiera si
richiuse e la macchina ripartì.
Ludovico era impietrito, completamente incapace di proferire
verbo, fu risvegliato dal suono dei clacson delle auto in attesa che lo
invitavano a levarsi dalle scatole dato che era in mezzo alla strada.
Meccanicamente si alzò, portò la bici a mano fino al giornalaio
all'altro lato della strada, rimontò in sella e proseguì verso casa.
In testa aveva solo una serie di lettere e numeri : BS395NC, la targa della macchina di quel figlio di puttana.
Una volta a casa si cambiò, mangiò i rigatoni alla carbonara di 4
salti in padella, guardò Yu-gi-oh e Detective Conan e accese il PC.
L'accesso ad internet questa volta non era per controllare i
forum, no, sul sito dell'automobil club era possibile risalire al
proprietario di un'auto conoscendone il numero di targa.
Trovò quello che cercava, Alberto Roccioni, Via Perosi n.6. Un rapido controllo sull'elenco telefonico gli confermò il tutto.
Dopo essersi fatto una doccia si vestì, "mamma esco", poi mentre
indossava le scarpe notò la cassetta degli attrezzi, ne estrasse
qualcosa e lo infilò nella tasca interna del Montgomery; fuori aveva
smesso di piovere inforcò la bici e partì.
Percorse Viale Vittorio Veneto, parte del PUT, Viale Verdi e giunse infine in Via Perosi.
Anche Freschi abitava in quella via, decise di chiamarlo "ti vengo a trovare tra una ventina di minuti".
Andò al civico n.6, era un condominio lo stesso di Freschi, si
accodò ad una persona che entrava così da non dover suonare un
campanello a caso.
Dopo aver controllato dove abitasse Roccioni sulle caselle postali si diresse all'interno 19.
Ad aprire venne un bimbo di circa 5 anni, probabilmente il nipote.
Ludovico gli chiese di Alberto Roccioni, il bimbo si allontanò gridando
"nonno nonno" e il nonno comparve.
Era proprio lui che Ludovico cercava, appena lo vide lo colpì con
un pugno al diaframma, l'uomo non era assolutamente preparato ad una
aggressione e non oppose resistenza, Ludovico lo colpì di nuovo, questa
volta al viso.
L'uomo cadde a terra, il bambino cominciò a piangere ma venne zittito da un violento calcio in bocca.
Ludovico tempestò di calci la testa e la schiena dell'uomo, quando
fu sicuro che questi non era in grado di reagire estrasse dalla tasca
un martello. Prese la mano sinistra dell'uomo e ...
e si fermò, aveva dimenticato una cosa; tolse un calzetto al moccioso svenuto e lo ficcò in bocca al vecchio.
Ora era pronto, colpì ripetutamente, con violenza, con rabbia, con
soddisfazione in dito medio della mano sinistra di quel vecchio fino a
che non sentì l'osso spezzarsi.
Poi si alzò e se ne andò chiudendo la porta dietro di sè.
Passò il resto del pomeriggio nell'appartamento di Freschi a giocare con la PS2; al ritorno gettò il martello nel Sile.
Due giorni dopo Ludovico stava accompagnando Freschi a casa con la
sua 147, il discorso cadde su una notizia riportata dal quotidiano del
giorno prima, "uomo aggredito in casa per motivi sconosciuti", Freschi
era indignato "Che tempi, ti rendi conto ? Aggredito in casa, così alla
c***o, senza motivo, e proprio nel mio palazzo... il mondo è pieno di
squilibrati".
"Hai ragione, già, è veramente una cosa inconcepibile" rispose
Ludovico mentre frenava per far passare una ragazza in bicicletta che
voleva attraversare sulle strisce.
| inviato da il 26/11/2004 alle 14:8 |
26 novembre 2004
Supermarket
Storia e disegni: Akira_79
| inviato da il 26/11/2004 alle 14:0 |
26 novembre 2004
L'essere peggiore di tutto l'occidente.
Testo: Sanji
Disegni: Akira_79
"Si deus est, unde malum ?"
(Sant’Agostino)
1.
Eraun periodo di merda, lo ammetto.
Forsepiù che di merda avrei dovuto definirlo strano, fatto sta che le cose tra me e il mondo non andavano certo rose e fiori.Il
lavoro era molto e la paga scarsa, la tv tentava perennemente di violentarmi,
la mia famiglia aveva deciso di dimenticarmi da qualche parte, in Iraq c’era la
guerra, Fabri Fibra era impazzito, per non parlare dei terroristi, dei masochisti, l’università, la
fame nel mondo, Antonio Ricci.Io
me la cavavo perché qualcuno mi teneva in vita e mi impediva di sbattere la
testa contro il primo chiodo nel muro, ma tuttavia c’era qualcuno messo peggio
di me.Isacco
Lafalce era nato a Milano da madre genovese e padre sconosciuto.Alle
elementari tutti lo chiamavano “Isacco sacco di merda” oppure semplicemente
“sacco”, talvolta solo: “merda”.Così
quando era cresciuto e aveva capito quanto fosse un problema vivere in società
con quel nomignolo, si era dato da solo il soprannome “Ike”, aiutato dal
personaggio di Isaac interpretato da Woody Allen in Manhattan.“Ehi
Ike” gli dicevano.“Bella”
rispondeva lui.Ike
rispondeva molto spesso con “bella”.Non
ricordo bene come lo conobbi; forse su un forum telematico.A
quei tempi frequentavo i forum degli scrittori, dei poeti e dei manga fans; ero
attratto dai disadattati e dai pazzi furiosi.Andammo
subito d’accordo perché anche lui stimava Saddam Hussein.Lo
reputava un superuomo, e lo venerava come una divinità.Io
mi limitavo a considerare Saddam un duro, ed apprezzavo in lui la faccia tosta
e la classe che mostrava nella sua aggressività.Iniziai
così a frequentare Ike; uscimmo a bere un paio di sere e il suo atteggiamento
non mi urtava particolarmente.Era
un bel ragazzo, con un viso rude, ma affascinante. Non era magro e si vestiva
abbastanza di cazzo per poter essere notato dalle donne.Mi
stupì la sua parlata e la sua voce.Da
uno che ha certe idee su Saddam e Mao mi aspettavo una voce possente, da
demagogo, invece parlava con tono ipnotico, a cavallo tra l’irritato e il
sicuro di se, come il protagonista di una sit-com, uno di quelli a cui tutto va
storto, quindi fanno fronte alla vita con cinismo e battute imprevedibili.Come
ho già sottolineato, non ricordo come lo conobbi, e non ricordo neanche bene
perché diavolo abbia iniziato a vivere con me, nel mio appartamento.Nessuno
dei due aveva un gran lavoro; io avevo trovato quel buco tramite Kato, e
soprattutto, lo avevo trovato quando ero abbastanza ricco da potermi permettere
un posto come quello, tra Lambrate e Ortica. Tuttavia con ciò che raccattavo
alla casa editrice di fumetti e quello che ci metteva lui riuscivamo a campare
dignitosamente.Qualcosa
da mangiare c’era sempre, qualcosa da bere anche.
2.
Ike era un gran bevitore.Diceva
di aver preso tutto da suo padre.Anche
se non lo aveva mai conosciuto, se lo immaginava come un gran bevitore,
autoritario e narcisista.Ike
era anche un gran fumatore di erba, e a quanto raccontava lui, scopava da dio.Io
dormivo nel mio letto, mentre lui aveva tramutato il divano in una cuccia
notevole.Non
sono mai stato un rompicoglioni, di conseguenza non avevo posto nessuna regola.Fortunatamente
Ike si amalgamò perfettamente con il mio stile di vita e di abitudini, almeno
per i primi tempi.Ricordo
che venne da me nei primi di settembre; aveva passato una estate del cazzo e un
indovino cinese gli aveva pronosticato una annata dura e schifosa.Una
volta lo sentì parlare al telefono con la sua fidanzata, una certa Anastasia.“Senti
un po’, pare che quest’anno giri storto quindi è meglio se ci lasciamo”.“Ma
perché? Io ti amo Ike….”.“Perché
se dev’essere un anno di merda, e meglio che sia io a decidere come soffrire,
sai che non amo farmi inculare dal destino, quindi è meglio se non ci vediamo più.
Io farò finta che tu mi abbia mollato, ti odierò e mi rattristerò per colpa
tua, forse cadrò anche in depressione e sarà solo colpa tua, perché è così che
va quest’anno”.“Ma
Ike cosa…”“’Sta
zitta, stronza!”.Riattaccò.Aveva
mollato la sua ragazza da vero protagonista di sit-com.
3.
I mesi passavano, Ike ed io eravamo praticamente inseparabili.Avevo
imparato a conoscere la sua vita.Lavorava
come scrittore per una nota rivista maschilista.Scriveva
articoli paradossali inventandosi storie più strambe spacciandole per posta dei
lettori.Roba
tipo: “Quest’ estate ho scopato con 12 uomini e tre donne” oppure “Sono un noto
presentatore televisivo e porto il tanga. A me piace così”.Aveva
degli amici eccentrici; del resto anche lui era un po’ eccentrico, almeno nel
modo di vestire, e soprattutto invidiava il fotografo della rivista per cui
lavorava, sia perché si vestiva in modo troppo eccentrico, sia perché era un
vero piacione e baccagliava solo modelle.“Quello
è un fottutissimo cavallo, che cazzo!” ripeteva.A
volte usava espressioni piuttosto stravaganti che io non capivo bene.Oltre
al lavoro di “bombarolo”, arrotondava come poteva, magari vendendo in nero
della roba oppure scommettendo sul calcio.Era
tifoso del Milan.Frequentava
spesso delle donne che però avevano il brutto vizio di contagiarlo sui gusti
musicali, ed a lungo andare mi risultò facile comprendere il suo carattere
tramite la musica che ascoltava.Il
fatto che portasse donne a casa non mi turbava più di tanto.Il
mio cinismo aveva fatto coppia fissa con la mia apatia e quindi prendevo il
vivere semplicemente come un pacco; non ne facevo una tragedia. Bevevo, fumavo
e stavo molto in silenzio a pensare.Spesso
le donne che si portava a casa Ike mi davano apertamente dello sfigato; altre
invece ci provavano, talvolta spudoratamente, ma io me ne fottevo.Non
era certo per fare il sostenuto, intendiamoci, era proprio che non mi andava di
avere quelle donne tra le palle.Finché
le palle erano di Ike, lui se le poteva gestire come voleva.Le
donne lo facevano uscire pazzo, sosteneva; tuttavia io credo che il problema
fosse più di natura sociale.Era
la vittima preferita del mondo.Non
avevo mai visto il mondo ridere così di gusto.Spesso,
dopo una bella sbronza o un cannone, ad Ike scendeva una sorta di abbattimento
e ripensando alla sua vita ripeteva: “figa, ora vado a casa e mi impicco”.Era
un intercalare, un abitudine.
4.
L’inverno arrivava, e mi spaventava.L’inverno
era la cosa più dura che il mondo avesse potuto creare contro di me.L’inverno
era la risposta di Dio a Rob Wilco, mentre Ike era la risposta di Dio ai
bestemmiatori e agli atei.Sulla
fine di novembre, Ike prese a fumare una quantità industriale di sigarette.Io
ero piuttosto impegnato sul lavoro, l’università mi stressava, Carmine era
partito per gli Stati Uniti, mia madre stava uscendo di testa e di Saddam non
si parlava più.Una
mattina Ike mi svegliò con un paio di bestemmie.“Oh
merda…merda!” ripeteva.“Ehi
Ike, che ti prende?” gli domandai.“Eh,
cazzo! Mi sa che ho una gamba più corta dell’altra. Mi fa un male fottuto ed è
chiaramente più corta dell’altra!” e giù di bestemmie.Lo
feci alzare dal divano e gli guardai le gambe.Una
era effettivamente più corta dell’altra.“Eh,
mi sa.” Dissi tranquillamente. Ero abituato a situazioni paradossali, ma ero
meno abituato ad avere gente in paranoia per casa.“Come
ti sa?” -bestemmia- “E adesso cosa faccio?” –bestemmia a ripetizione.“Non
lo so…bella…”“Bella
un cazzo! Rob, aiutami. Tu hai il padre che fa il medico, sei un fottuto
sciamano del cazzo, dammi una mano a uscire da questo casino”.“Ike,
io non sono un medico, non so cosa dire”.“Ma
mi fa male, Cristo!”“Ti
preparo una tisana…”.“Me
ne fotto della tisana…operami, sistemami questa merda!”.“Guarda
che ti faccio una tisana sciamanica…” mentii.“Ah
va bene, allora bella”.Gli
preparai una tisana al cinnamono e così si calmò.Dopo
poche ore mi tirò nuovamente:“Ehi
Rob, dammi qualcosa da leggere. Mi sta venendo l’orchite.”“Hai
mai letto Bukowski, Ike?”.“No”.“Tieni,
questo è il suo libro più bello”.“Bella
di Bukowski”.Si
lesse per tutto il giorno Hot Water Music,
poi la sera vennero a trovarci Kato con la bionda che si portava a letto e un
paio di amici di Ike: un uomo mezzo gay e una donna gallese vestita da
puttanone, che avrà avuto si e no diciannove anni.Ci
scolammo un paio di bottiglie di Southern Confort, poi ci giocammo i vestiti a
scopa.Restammo
tutti nudi; il gay aveva un’erezione spropositata e ciò mi turbava parecchio.Il
puttanone gallese era completamente sbronzo, ma non degenerò più di tanto.Ad
un tratto, in un momento di silenzio, Ike disse: “Che merda! Ho una gamba più
corta dell’altra”.La
gallese fece una battuta sfruttando il parallelismo gamba – pisello e ci lasciò
tutti con un retrogusto di tristezza (tutti escluso quel gay che invece scoppiò
a ridere).Ike
rimase in silenzio.Lo
stereo suonava del dub di prima categoria.
5.
Una sera di dicembre Ike uscì per farsi una seratina con gli amici, mentre io
stetti a casa con Kato a giocare a King Of Fighters sulla playstation.Ero
in palla, stavo giocando da dio: usavo “polpettone” (non ricordo mai il nome di
quel personaggio) e Terry in maniera ponderata, e anche Kato non se la cavava
male col “Nazi” (non ricordo il nome neanche di questo personaggio).Tirammo
le tre, tra un cannone e l’altro.Ad
un tratto entrò Ike, tutto sudato; più che sbronzo pareva fatto di coca.Sussurrò
qualche bestemmia, e poi si sedette sul divano.Kato
si accorse subito che qualcosa non andava e con estrema dolcezza gli domandò
cosa fosse successo.Ike
parlò: “Ok, cazzo. Sono uscito a bermi qualcosa con quelli del lavoro. Tra un
bicchiere e l’altro mi si avvicina una bella romana, tutta infighettata che mi
chiede se sono uno del Grande Fratello”.Fece
un tiro al cannone.“Io
inizio a parlarci, beviamo un po’ e lei mi stuzzica una cifra…mi fa arrapare
come non mai, non so se mi spiego, sai quando hai proprio la scimmia di farlo,
che sei lì preso benissimo…non so se è chiaro, dio*****”.“Cristallino”
risposi io.“Ecco…”
riprese “Allora sono lì, ma non riesco a farmela. Poi lei se ne va in disco e
io rimango fisso come un ciula, con il coso in tiro e un incazzatura molesta”.“Peso…”
suggerì Kato.“Peso…”
annuì io.“Ad
un tratto mi si avvicina Frensis (il gay della sera che ho menzionato prima) e
dice che forse sono andato in bianco per via della mia gamba più corta…”Si
tolse la giacca e il maglione. Aveva una maglietta con scritto: NON SONO STATO
IO, NO!“Eh,
dio****, mi faccio riaccompagnare a casa, e invece di entrare sono andato a
cercarmi una troia in zona…prelevo cinquanta euro e mi metto a pedinare il territorio,
ma non trovo un gran che, così mi sono spinto più in là…”“No…”
disse Kato che aveva già capito tutto.“Dio****,
trovo sta qua…una merda, ma ero troppo arrapato, costava anche poco, e inizio a
farmela, ma minchia, aveva il pacco…”Silenzio.“Come
il pacco?” dissi io.“No…”
proseguì Kato.“Eh
si, aveva anche lei un bel cazzo in tiro, cristo…era un trans…:”“Non
dirmi che l’hai ucciso..:” lo interruppi, pensando già di dover chiamare il mio
avvocato a Treviso.“No…cazzo…oh
merda…glielo leccato e me lo sono fatto…mi sono fatto un travone….cazzo…un
fottuto travone…”“Ma
perché………?” domandò Kato stupito.Io
ero tranquillo sul piano legale. Non dovevo chiamare Ryoga, il mio avvocato, a
Treviso.“Non
lo so ragazzi…non lo so…merda….merda…io non sono uno di quelli…oh merda…”Rimase
di sasso, con la faccia distrutta.Kato
si fermò a dormire e optò per restare qualche giorno.Fu
la soluzione più saggia, perché non avrei saputo come comportarmi in una
situazione del genere.Lo
stereo pompava Mr. Simpatia di Fabri Fibra.
6.
Il giorno di Natale andai a festeggiarlo a casa di Kato con tutta la sua famiglia.Lasciai
Ike immobile sul divano, avvolto da una luce blu, che veniva da fuori, molto
contrastante.“Ike
io vado da Kato per il Natale”.“Bella
di Kato” rispose.Tornai
nel pomeriggio e lo vidi nella stessa identica posizione.Non
dissi niente e rollai una canna, prima di mettermi al lavoro.Ad
un tratto parlò: “Mi sono masturbato tutto il giorno”.Tacqui.“Mi
sarò fatto una ventina di rasponi”.Finii
di rollare e accesi il pc.“….tutti
pensando a quel trans…”.Lo
guardai come si guarda l’orso bruno ucciso dai bracconieri, o come l’elefante
che piscia sangue per via di una pallottola.Poi
controllai subito la cronologia di internet, ma era tutto regolare.Lo
stereo ci regalava ancora una volta Mr. Simpatia di Fabri Fibra.
7.
A gennaio iniziò a fare veramente freddo.Io
non stavo per niente bene, ero ossessionato da mille dubbie e i fantasmi della
mattina puntavano dritti al mio senso di fallimento.Guardavo
dalla finestra, avvolto da una coperta di lana, il sole rattrappirsi tra le
nuvole e la nebbia.Il
grigio sullo sfondo si ghiacciava spesso di viola e gli alberi morti mi
facevano pensare a una vita alternativa.Ike
perdeva i capelli.Passava
le giornate in casa a masturbarsi e a cercare su internet siti di medicina.Si
era fatto concedere di lavorare a casa, non so come.Tirava
su sempre lo stipendio, ma aveva avuto una brutta perdita al gioco e quindi
anche lui, in quel gelo maledetto, si era visto costretto a mangiare solo
tonno.“Temo
di essere malato, Rob…”Non
parlava più molto e quando apriva bocca il suo alito sapeva di ipocondria.Io
gli davo una mano con qualche placebo, ma serviva a poco.Nel
suo silenzio si poteva chiaramente distinguere il fatto che fosse ossessionato
dal sesso e allo stesso modo anche dalla paranoia di essere malato.Perdeva
i capelli e diceva di avere l’aids.Tremava.Non
dormivamo più molto.Io
non me la passavo certo meglio; ero in una situazione diversa dalla sua, ma non
ero né sereno, né tranquillo per potere infondere il lui le famose “onde
positive” di cui parlava spesso.Aveva
diminuito le bestemmie, ma aveva preso a vomitare.Questo
durante il giorno.La
sera si sbronzava parecchio con roba forte tipo Jack Daniel’s o vodka liscia.Qualche
volta usciva per poi tornare peggio di prima; probabilmente dopo aver passato
qualche ora con una puttana o, peggio, con un trans.Mi
raccontava di sua madre, di quanto la odiasse e spesso infarciva gli aneddoti
con qualcosa di perverso: qualche sevizia che aveva avuto da piccolo e fattacci
di questo calibro.Mi
parlava sempre di sesso: passava da racconti di “chiavate estreme” come le
definiva lui a molestie che aveva ricevuto da qualche amico di famiglia, ma
temo che queste ultime fossero solo palle per giustificare quel piccolo
problema con l’omosessualità, che tanto lo angosciava.“C’ho
l’aids…lo so…c’ho l’aids…” ripeteva piano.Certi
giorni erano estremamente estetici nella loro tragedia.Mi
sembrava di sentire delle voci femminili perse nella nebbia, e il morto
paesaggio invernale aveva un non so che di sensuale.A
volte piangevo, da solo.Ike
non piangeva; si congelava nella sua espressione, e non mutava mai il suo tono
di voce.Una
sera, venne fuori un argomento piuttosto strano.Non
ricordo molto bene il perché, però Ike iniziò a parlare bene della figlia di un
suo collega.Nei
giorni seguenti, era come uno zombie, ma tuttavia si muoveva di più, era un po’
più sveglio e usciva frequentemente, soprattutto verso le quattro del
pomeriggio.Parlava
sempre di questa figlia: raccontava aneddoti per nulla particolari, ma il tema
centrale era questa ragazza, della quale è meglio evitare di dire il nome.Kato
era presente quando accadde il fatto spiacevole.Era
tardi, saranno state le due di notte, e Ike non esitò a raccontare di questa
figlia anche a lui.Ne
parlava bene, troppo bene, e sapeva un mucchio di particolari che non mi aveva
mai detto.Ad
un tratto, sorrise per fare una battuta: “Minchia, vorrei vederle le mutandine,
eh eh…”Kato,
stupito del fatto che uno come Ike non avesse ancora consumato con una che lo
attraeva in modo così ossessivo gli domandò quanti anni avesse questa ragazza.Era
la domanda giusta; ancora una volta Kato aveva capito tutto.La
ragazzina aveva dieci anni.Kato,
sempre con voce dolce e con lo sguardo profondo suggerì ad Ike che forse era il
caso di iniziare una terapia da un analista.Ike
scosse la testa: “…merda…”.Lo
stereo, in sottofondo, ci dava pillole di Nick Cave.
8.
Ike entrò in terapia con il dottor Chiesa detto anche dottor “Dio*****” come lo
chiamava lui.Tornava
a casa sempre molto agitato e al settimo cielo.Io
mi ero un po’ ripreso, andavo più spedito con il lavoro, ma dentro di me sapevo
che era tutta una copertura.L’inverno
era ancora lì e io stavo cedendo.Ike
si riprese, si superò e non perse più i capelli.Era
sempre molto eccitato, andava e veniva da casa come se fosse sempre
impegnatissimo.Aveva
ripreso a lavorare in sede, si vestiva in modo più elegante e parlava più
velocemente.Aveva
anche ripreso a bestemmiare.“Ehi
Ike” gli dicevano.“Dio****,
bella!”Sul
piano puramente amministrativo, Ike non mi dava problemi.I
soldi c’erano, e spesso metteva anche lui per me.Puntava
tutto su questo dottor “Dio*****” e mi raccontava sempre delle sedute,
iniziando ogni volta con:“Minchia
oh, parliamo una cifra”.Era
sempre allegro, contento, frenetico.Sembrava
un film di Tsukamoto.Aumentò
le sigarette, le canne e il bere, il tutto nel mio buco (che, intendiamoci, era
anche suo, visto che pagava l’affitto).Senza
preoccuparsi di niente organizzava feste su feste, invitando gente vecchia e
nuova, soprattutto donne, tutte molto eleganti, alcuni simpatiche e piacevoli,
altre solamente piacenti.Musica
molto alta, droga leggera, fiumi di super alcolici, qualche discorso e poi
sesso.Una
sera mi ritrovai in cucina a parlare con una di nome Caterina.Era
molto magra, ma aveva un viso pulito, di classe, ed era estremamente elegante.Le
raccontai di voler scrivere un giallo, poi le dissi la mia opinione su: “Il
buono, il brutto e il cattivo” e infine le domandai se non trovasse strano il
fatto che fossero tutti molto eleganti per essere ospiti di uno come me e del
mio buco di merda.Lei
annuiva deliziosamente.Ike
invece era in sala a scopare sul tappeto con tre ragazze.Un’altra
notte la passai con Melissa.Graziosa
biondina, molto colta, che mi disse la sua a proposito di Ezra Pound e di
Eliot, per poi accoccolarsi su se stessa ad ascoltare me che elogiavo Murakami
e Ozu.Ike
invece era in bagno con quattro donne.Lo
stereo passava da Britney Spears a Lloyd Banks.
9.
Dovette essere presente anche Kato per farmi dire la famosa “sorpresa” di Ike.“Cazzo,
dovevo andare da Katia sta sera…” si lamentò Kato.“Dio****
Kato, ascolta qui! Ora sto con una ragazza che ne sa un cifro! E’ stupenda, la
amo”.La
ragazza si chiamava Veronica.Era
davvero carina, molto affascinate.Amava
la poesia, ma diceva un po’ troppe parolacce.“Cazzo
Rob, è grazie a te se me la faccio!” diceva scherzando Ike.“L’ho
conquistata con Bukowski…lei ne va pazza!” continuò.“Allora
devi ringraziare il buon vecchio Hank, amico mio..:” suggerì io.Ike
sembrava in ottima forma; era sempre esagitato, tuttavia il clima in casa era
cambiato radicalmente, e anche io presi ad uscire di più.Ben
presto mi accorsi che la storia con Veronica non era molto stabile: giravano
anche altre donne, ma come ho già detto prima, finché erano le palle di Ike,
per me era tutto ok.Un
sabato notte tornai dal Rattazzo in compagnia di Kato e di Orghe.Eravamo
tutti piuttosto sbronzi, e alquanto allegri.Entrammo
in casa e vidi il delirio allo stato puro.Orghe,
che non era mai stato da me prima, si lasciò scappare un porco*** che risuonò
come il colpo di una quarantaquattro magnum.Davanti
a noi c’era una vera e propria orgia gigantesca, di almeno una dozzina di
individui.Uccelli,
passere, ammucchiate, uomini con donne, donne con donne, donne con bottiglie,
uomini con falli di gomma, insomma: un vero casino.Rimasi
particolarmente colpito da come era tutto illuminato alla perfezione, con luci
sensazionali, tra il verde e il viola, davvero stupende.Non
vidi Ike e riparai in cucina insieme a Kato per farmi un cannino, mentre Orghe iniziò
a sclerare contro una donna che a quanto pare era la sua ex e si stava facendo
fottere da due ragazzi sui vent’anni.Passarono
poche ore, e verso le quattro sentì una breve sgommata provenire dalla strada.Poi
il campanello.L’orgia
si era un po’ placata. Orghe e la sua ex si stavano pestando di brutto,
qualcuno rompeva delle bottiglie di Bombay Gin sul tavolo e qualcun altro
restava nudo sul divano.Aprii
la porta e mi trovai un uomo di mezza età; una specie di professore con lo
sguardo accigliato e due dita strette sul setto nasale.Usò
una voce profonda ed estremamente chiara: “Dov’e cazzo è mia figlia, stronzo?”.Ok,
pesai. Qual’ era il numero del Ryoga?Ike
uscì dal bagno e con lui anche una ragazzina sui quattordici anni, ubriaca
persa.Ike
lasciò casa mia la mattina seguente.Trovai
un biglietto sopra Hot Water Music di
Bukowski: “Scusami”.Dentro
al libro c’erano anche cinquecento euro.Lo
stereo macinava ironicamente Frank Sinatra.
10.
Non seppi più nulla di Ike fino ad aprile.La
mia vita era uno schifo come al solito; ora vivevo nuovamente solo, ma almeno
l’inverno stava smaltendo i postumi della sua sbornia.Non
dovetti mai chiamare Ryoga per il semplice fatto che non fui mai denunciato.Io
non ce l’avevo con Ike, intendiamoci; ero solo un po’ scosso, ma infondo mi
preoccupavo più di tirare a campare che di fare il moralista.Avevo
avuto una storia con una ragazza, ma non era durata a lungo.Lei
diceva che tra noi non poteva funzionare, ma che comunque ero un bel ragazzo.Come
al solito i miei sabati sera li passavo al Rattazzo, insieme a tutti i falliti
che popolano la Milano dai venti ai trent’anni circa.Fui
bocciato all’esame di teoretica ed eccezionalmente quel giorno, mi recai al
Rattazzo anche se erano solo le cinque.Mi
scolai un paio di negroni, finché mi si piazzò di fianco Melissa, la biondina
amante di Pound.“Ciao
Yasujiro…” mi disse lei scherzando (Yasujiro è il nome di Ozu).“Ehi
Melissa” replicai.“Ehi
Rob Wilco” replicò.“Bella”
incalzai; “Come sta Ike?”.“Ike
è morto, Rob Wilco”.Seppi
che una sera, dopo una sbronza particolarmente dura, era tornato a casa da sua
madre e si era impiccato.Terminai
il mio negroni in un sorso solo e poi mi diressi lentamente a casa,Il
mio buco sapeva di incenso e di cannabis.Mi
accesi una sigaretta e dopo qualche boccata alla finestra chiamai Kato
chiedendogli se aveva voglia di venire da me.Misi
su un pezzo di Tom Waits: Clap Hands e lo ascoltai più volte.
| inviato da il 26/11/2004 alle 13:48 |
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